La chimica dell’innamoramento: cosa succede (davvero) nel cervello quando ci innamoriamo

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La chimica dell'innamoramento

C’è una fase, all’inizio di ogni storia, in cui non si riesce a pensare ad altro. Il telefono controllato ogni cinque minuti, la testa altrove durante una riunione, quella sensazione di leggerezza che sembra uscita da un film. Chi la vive spesso si sente un po’ ridicolo a raccontarla, eppure dietro c’è una spiegazione scientifica solida, ed è più interessante di quanto sembri.

Il 4 settembre si celebra la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, una ricorrenza che ricorda una cosa semplice ma spesso dimenticata: la salute sessuale e affettiva non è solo assenza di problemi, ma uno stato di benessere fisico, emotivo e sociale. Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 sul Bulletin of the World Health Organization ha confermato che chi vive positivamente questa dimensione ha, in media, livelli più bassi di ansia e depressione e una qualità della vita migliore, in ogni fascia d’età.

E in questo benessere rientra anche capire cosa succede quando ci innamoriamo, e soprattutto cosa succede quando quella sensazione, inevitabilmente, cambia forma.

Il cervello innamorato: non è piacere, è motivazione

Le neuroscienze hanno osservato con buona precisione cosa accade nella fase iniziale di una storia. Una metanalisi di studi di neuroimaging pubblicata su Brain Sciences nel 2022 ha individuato, in chi è innamorato, l’attivazione di aree cerebrali ricche di dopamina, legate ai circuiti della ricompensa e della motivazione.

Il dettaglio interessante non è che “si accende la dopamina”: è una frase che gira ovunque e spiega poco. Il punto è quali circuiti si attivano: non quelli del piacere già ottenuto, ma quelli della spinta a ottenere qualcosa. Innamorarsi, dal punto di vista del cervello, assomiglia più a un obiettivo da raggiungere che a una gratificazione già in tasca.

È anche per questo che l’innamoramento produce pensiero ossessivo, difficoltà a concentrarsi, quella sensazione di urgenza che a volte imbarazza chi la racconta. Non sono segnali di fragilità: sono ciò che succede quando un sistema motivazionale lavora al massimo.

La chimica dell'innamoramento cosa succede al nostro cervello

Quando la passione lascia spazio al legame

Con il tempo, quell’intensità cambia, e qui nasce quasi sempre un fraintendimento. Una revisione pubblicata su Biology nel 2023 individua in due ormoni, ossitocina e vasopressina, i protagonisti dell’attaccamento a lungo termine: l’ossitocina facilita la fiducia e il legame, la vasopressina si associa ai comportamenti di protezione verso il partner.

Non è la stessa cosa attenuata: è un sistema diverso che prende il posto del primo. Meno urgenza, più stabilità. Meno spinta a conquistare, più tendenza a proteggere quello che si è costruito. Chi si aspetta che l’amore “maturo” sia una versione più tranquilla dell’innamoramento iniziale resterà deluso, perché sta confrontando due fenomeni diversi.

Curiosamente, questo tipo di legame, fatto di fiducia e complicità, non riguarda solo le coppie: lo ritroviamo anche nelle amicizie più strette, quelle di cui parlavamo a proposito del Galentine’s Day. Anche lì, sotto la leggerezza della festa, c’è un legame costruito sulla stessa architettura biologica.

Il calo della passione non è la fine

Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology nel 2020, significativamente intitolato “After the Honeymoon”, ha seguito coppie di neosposi per osservare proprio il passaggio dalla fase iniziale a quella successiva. Tra i risultati, alcune varianti genetiche legate ai recettori di dopamina, ossitocina e vasopressina risultano associate alla propensione individuale a mantenere il legame nel tempo.

Va letto con cautela: non esiste un “gene della fedeltà”, né un destino scritto nel DNA. Quello che i dati suggeriscono è più semplice e più utile: le persone non partono tutte dallo stesso punto, e confrontare la propria relazione con quella della coppia di amici, o con la propria storia precedente, è un esercizio che produce quasi solo inutile ansia.

Messi insieme, questi elementi portano a una conclusione pratica: il calo della passione dopo i primi mesi è normale, documentato, prevedibile. Scambiarlo per un segnale che “l’amore sia finito” è un errore di lettura che, paradossalmente, rischia di autoavverarsi: chi comincia a comportarsi come se fosse finita, spesso la fa finire davvero.

Quando invece vale la pena guardarci dentro

Non tutto è transizione fisiologica. Il calo del desiderio merita attenzione quando si accompagna a insoddisfazione diffusa, evitamento dell’intimità o conflitti che si ripetono senza mai risolversi. In quei casi capire se “sta solo cambiando” o “non funziona più” richiede spesso uno sguardo esterno.

È il motivo per cui un percorso con un professionista, come un sessuologo, può essere utile, non per stabilire chi ha ragione, ma per fare chiarezza prima di prendere decisioni difficili da tornare indietro. Chi vuole approfondire il meccanismo neurobiologico può leggere anche questo approfondimento sul forte desiderio di fare l’amore all’inizio di una relazione.

Fonti

  • The Neurobiological Basis of Love: A Meta-Analysis of Human Functional Neuroimaging Studies of Maternal and Passionate Love — Brain Sciences, 2022
  • After the Honeymoon: Neural and Genetic Correlates of Romantic Love in Newlywed Marriages — Frontiers in Psychology, 2020
  • The Neurobiology of Love and Pair Bonding from Human and Animal Perspectives — Biology, 2023
  • The Oxytocin–Vasopressin Pathway in the Context of Love and Fear — Frontiers in Endocrinology, 2017
  • Associations between sexual health and well-being: a systematic review — Bulletin of the World Health Organization, 2024

scritto da Edda Gagliardi

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